Dicembre, periodo di bilanci e propositi

Siamo arrivati a fine anno, ed è il momento di prenderci un momento di riflessione sui risultati ottenuti in questo anno solare.

Dovremo essere sinceri con noi stessi e cercare di mettere sulla bilancia successi e cadute, miglioramenti e peggioramenti. È un esercizio importante da fare, sia che si tenda ad edulcorare e guardare il mondo con occhiali rosa, sia che si soffra della sindrome dell’impostore e si tenda ad autosminuirsi costantemente.

Esercizio importante ed utile, perché ci permette di correggere e migliorare, cercando di essere obiettivi.

A questo punto ci sorge una domanda: migliorare, perché?

Che cosa vuol dire migliorare?

Potrebbe sembrare una domanda retorica, ovvero una domanda che non richiede risposta, perché la risposta è ovvia ed è implicita nella domanda stessa. In realtà è una domanda che ci impone una riflessione.

Ovvero, quella di chiedersi qual è la motivazione al miglioramento. Migliorare significa superare le condizioni pregresse, e ottenere accrescimento, elevazione, avanzamento, progresso, perfezionamento, maturazione. La parola “Miglioramento” è intrinsecamente legata al concetto di “Tempo”: infatti qualsiasi valore le si voglia dare, in quel valore si percepisce il senso di un percorso temporale (e a volte anche di luogo).

Il miglioramento è un bisogno, quando non è anche un desiderio. Un bisogno che nasce dalla percezione della distanza tra la realtà vissuta e la realtà desiderata (ed ecco che compare la nostra freccia spazio-temporale, da dove siamo verso l’obiettivo).

Questo bisogno, o desiderio, dà la spinta ad agire concretamente, a mettersi in movimento, per raggiungere l’obiettivo (oggetto del desiderio).

La motivazione al miglioramento

Ognuno di noi ha il proprio vissuto, la propria personalità, i propri bisogni, quindi la spinta al miglioramento è puramente personale ed applicabile a infiniti ambiti. Tuttavia, c’è una costante a tutte le scelte di miglioramento: la motivazione. E la motivazione nasce dal bisogno: da una mancanza e dal desiderio di colmarla.

A complicare il quadro, il fatto che in un individuo – un insieme complesso – non troviamo un unico bisogno. Ne troviamo molteplici, interconnessi ed intersecati tra loro. Intersecati ma non tutti sullo stesso piano: c’è infatti una gerarchia, che fu codificata – anche graficamente – nel 1954 dallo psicologo americano Abraham Maslow.

La piramide di Maslow

Maslow individuò cinque categorie di bisogni, inserendole in una piramide:

  • alla base bisogni primari (quelli fisiologici, legati alla sopravvivenza biologica dell’individuo);
  • una volta che i bisogni fisiologici sono stati soddisfatti, subentrano i bisogni di sicurezza, legati alla dimensione sociale e abitativa, che dovrebbero garantire sopravvivenza e stabilità;
  • tra i bisogni secondari, accanto alla necessità di sicurezza, compaiono i bisogni affettivi, quelli che appagano il desiderio di essere amati, accolti e benvoluti.
  • Sempre secondario è il bisogno di stima: il desiderio di essere riconosciuto come un elemento valido e degno di fiducia all’interno del gruppo.
  • Al vertice della piramide troviamo il bisogno di auto realizzazione: ovvero quella motivazione di livello superiore che ci permette di raggiungere gli obiettivi personali e professionali, in coerenza con le proprie capacità intellettive, con le proprie aspirazioni e con la propria morale. Ovviamente questo bisogno è in cima alla piramide: perché si possa parlare di auto realizzazione è necessario che gli altri bisogni siano stati colmati. È infatti il livello più raffinato.
Piramide di Maslow

Quando si sente il bisogno di migliorare?

Vista la complessità della piramide di Maslow, possiamo intuire che, fatto salvo il soddisfacimento dei bisogni primari, oggi, nella nostra società e in media, possiamo concentrarci sui nostri bisogni secondari e su quelli superiori. E li applichiamo al lavoro e alla realizzazione personale, sforzandoci di diventare migliori.

E come succede? Semplicemente le carenze percepite diventano altre. La mancanza di una determinata condizione è un desiderio insoddisfatto. E un desiderio insoddisfatto ci porta al disagio.

È quindi il disagio dato da un bisogno non colmato che spinge all’azione, non il bisogno / desiderio in sé.

Come cresce un’aragosta?

Questa riflessione ci colpisce a maggior ragione perché ci è stato riproposto giusto recentemente il video del rabbino / psichiatra Abraham Twerski sulla crescita delle aragoste.

Ma che cosa c’entrano le aragoste con noi? C’entrano, se le intendiamo come metafora: la costante della crescita implica un cambiamento. L’aragosta muta, e cambia pelle, perché il suo corpo non è più contenuto dal suo esoscheletro. Quindi si nasconde sotto a una roccia, si libera della sua “pelle” inadeguata, e il suo corpo soffice e vulnerabile rimane nascosto e protetto finché il nuovo esoscheletro prodotto si indurisce. Vi ricorda qualcosa?

Vi invitiamo a vedere il video, per sentire dalla voce di Abraham Twerski che per avere lo stimolo di crescere è necessario provare disagio. Perché quel disagio è un bisogno non colmato. Ed è lo stimolo, o desiderio, di colmarlo e raggiungere quindi il proprio obiettivo. Che esso sia di natura primaria, secondaria o addirittura superiore.

Quindi, per il 2019 vi invitiamo a individuare i vostri bisogni e i vostri disagi, e a colmarli con successo per trasformarli in obiettivi raggiunti.

Anche se forse è più immediato augurarvi un anno di successi e soddisfazioni!



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